Halo è la traccia numero due dell’album Carry The Ghost di Noah Gundersen. Noah Gundersen è l’artista che, dopo tanto tempo, al di là dei miei miti di sempre, musicalmente parlando, ha fatto vibrare di nuovo la mia anima. Lui, una delle ultime scintille del fuoco di Seattle, ha sfiorato le corde più profonde, le ha accarezzate, le ha risvegliate, nel bene e nel male. Più di tutti in questo brano.

Noah Gundersen - Carry The Ghost cover

Perché Halo, in inglese, significa “aureola“. Se, in ambito religioso, l’aureola è simbolo per eccellenza della santità, in un’ottica quotidianamente laica è un’immagine che rimanda, comunque, alla perfezione. Un tema, una ricerca, luce e croce della mia esistenza. Quante volte, oltre quel bagliore, la mia vista si è offuscata. Non è un caso, poi, che accanto al titolo, tra parentesi, siano scritte due parole: Disappear/Reappear. Due verbi che racchiudono una storia precisa, raccontata come se fossi stata io a confidarmi con chi ha composto la canzone. Come se lui avesse avuto il coraggio di descrivere quello che io non sono mai riuscita a fare, a dire. Capitolo dopo capitolo. Confusione, braccia a stringere forte, disonestà, lezioni, pretesti, frantumi, lacrime, silenzi. Necessità contro desiderio. La sofferenza, la solitudine presente e passata, condizione da un verso familiare, dall’altro così oscura. Il tutto contro l’uno. O il tutto per l’uno. La scelta. L’essere umano che appoggia il cappotto fradicio di errori, si spoglia, si mostra nelle fattezze essenziali. Parole finalmente pronunciate. Correre il rischio. Rifiutarsi di ascoltare solo un’eco. Volere abbracciare, invece, una voce. Scomparire, ricomparire. Scomparire per ricomparire.

Perché Halo è un brano cantato e interpretato con passione disarmante. E non solo. Inizialmente, è quasi sussurrato. Scandito ad ogni pausa, ad ogni respiro, ad ogni sospiro. Quel vissuto va toccato piano. Come le storie che ci raccontavano da bambini, sottovoce, prima di andare a letto. Quando poi non avevi più paura dei fantasmi. Piano piano se ne andavano tutti. In quel brivido, in quell’urlo con cui, invece, termina la canzone. È una consapevolezza, è una liberazione. Tutto è limpidamente esorcizzato, davanti a te. Oltre di te. Fuori e dentro di te. In quella catarsi continua e potentissima, che è la Musica.

Laura Faccenda

Laura Faccenda

Dopo aver conseguito la laurea in Lettere Moderne e Contemporanee, prosegue gli studi nell’ambito della comunicazione e del giornalismo. Sulle orme delle sue due grandi passioni, la musica e la scrittura, frequenta il workshop di giornalismo musicale organizzato dalla rivista Rumore e il corso in Marketing, Management e Comunicazione della Musica presso la Santeria di Milano. Ha fatto parte della redazione del sito web di notizie e media Spazio Rock, Just Kids Magazine, Vez Magazine e dello staff dell’agenzia media/stampa Bizzarre Love Triangles. Collabora attualmente con la testata MusicAttitude e con Onstage. Lavora anche come copywriter creativa e ideatrice di testi.

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