“Jar Of Flies”. Alice in Chains. Quando un EP non ha nulla da invidiare ad un intero album. Non solo perché è il primo nel suo genere a raggiungere la posizione numero uno nella classifica statunitense Billboard2000, ma soprattutto perché, ascoltandolo dall’inizio alla fine, è completo, ritorna tutto. La ruota compie il suo giro.

Sembra quasi un’anticipazione dell’Unplugged del 1996, sia nella struttura musicale, ampiamente acustica con nuove linee sperimentali, sia per quanto riguarda la situazione generale che il gruppo sta vivendo. Ad un’atmosfera sonora meno aggressiva, onirica e fluttuante in certi punti, si contrappone il momento di dolore, sofferenza e disagio di Layne Staley. Una battaglia contro la dipendenza da eroina. Una guerra che, come sappiamo, non è stata vinta. Il tentativo di esprimere, attraverso i testi, l’abissale senso di solitudine che lo sta divorando. Un guscio che non riesce più a proteggere dall’incombenza del mondo esterno, c’è un animo troppo sensibile e fragile all’interno di quella noce. Il lamento lirico di “Nutshell”, i versi così densi di oscurità, di rassegnazione. Una rassegnazione non condivisa dal Jerry Cantrell, compagno di band e amico di Stanley. Il suo è sempre stato un invito e un incitamento a lottare, a non arrendersi, ad ascoltare l’altra voce, quella della speranza e della possibilità di salvezza. È come se volesse dirlo concretamente con la sua voce, nei brani degli Alice in Chains, quando viene creato l’effetto della doppia tonalità.

È proprio Cantrell che scrive, poi, “Don’t Follow”, colto dalla malinconia per la mancanza di casa, della famiglia, degli affetti, mentre era in Irlanda. Su un arpeggio di chitarra crescente e su una linea vocale nostalgica, si inserisce un elemento, un’armonica e non un’armonica qualsiasi. Il chitarrista registra la demo nello studio personale di Chris Cornell ed è lo stesso Cornell a suonare l’armonica.

Ho letto questa curiosità non molto tempo fa, restando senza fiato. Perché è come se avessi sentito di nuovo il volume della musica nella macchina, le canzoni di questo EP scorrere una dopo l’altra, lungo la strada verso mare. Il finestrino abbassato, l’aria a scompigliare capelli e pensieri, in un giugno torrido, arido nella temperatura e nelle risposte a mille domande. Fare i conti con la scomparsa, con l’assenza, con il vuoto. Un’altalena che oscilla, indietro, nella sensazione di spossatezza, nel non riuscire più a spingersi, e in avanti, magari per inerzia, con le ultime forze, per non demordere. Un periodo durante il quale mi sono fermata ad osservare. Come il bambino che compare nella copertina. Occhi fissi su un barattolo pieno di mosche, guardano che cosa succede, aspettano forse che avvenga qualcosa.

Ecco, oggi è il ventiquattresimo anniversario della pubblicazione di “Jar Of Flies”. Io ho voluto e ho dovuto rendergli omaggio a modo mio. Scrivendo. Perché ha rappresentato una delle scene del teatro della mia esistenza. Un copione scritto da Layne Staley, Jerry Cantrell, Chris Cornell. Dalla musica e da quella musica che, ogni giorno, mi fa sognare una macchina del tempo che possa riportarmi a quegli anni. Dalla vita, con i suoi attori, con me in prima linea, che fa il suo corso, fra abissi di oscurità e scie di luce, sulle note di una colonna sonora unica.

Laura Faccenda

Laura Faccenda

Dopo aver conseguito la laurea in Lettere Moderne e Contemporanee, prosegue gli studi nell’ambito della comunicazione e del giornalismo. Sulle orme delle sue due grandi passioni, la musica e la scrittura, frequenta il workshop di giornalismo musicale organizzato dalla rivista Rumore e il corso in Marketing, Management e Comunicazione della Musica presso la Santeria di Milano. Ha fatto parte della redazione del sito web di notizie e media Spazio Rock, Just Kids Magazine, Vez Magazine e dello staff dell’agenzia media/stampa Bizzarre Love Triangles. Collabora attualmente con la testata MusicAttitude e con Onstage. Lavora anche come copywriter creativa e ideatrice di testi.

Lascia un commento