Non ricordo bene quanti anni siano passati dalla prima volta in cui ho ascoltato i Mumford and Sons (credo che frequentassi ancora il liceo). Sono, però, sicura del fatto che la prima canzone sentita sia stata “I Will Wait”. Non in radio, non su un cd ma ho cercato il video su Youtube.

L’ambientazione è quella del Red Rocks, festival che si tiene in un anfiteatro scavato nelle rocce delle montagne rosse, in Colorado. Per l’effetto “brividi”, potrei già fermarmi qui. Ma non basta. Perché i Mumford and Sons sono lì sul palco, tutti in prima linea: contrabbasso, banjo, chitarra (+ grancassa) e tastiere. Energia allo stato puro, strumenti alzati in aria, teste che si scuotono. È impossibile restare fermi. Il cantare simile a un coro, in più tonalità, riscalda. Gli occhi dei musicisti rivolti verso l’alto, perché stanno assistendo ad uno spettacolo nello spettacolo. Toglie letteralmente il fiato il momento in cui si accendono le luci sul pubblico: una gigantesca onda di persone che ballano, si muovono, applaudono, sorridono. Un’onda che sembra infrangersi sul palco.

Rimasi folgorata.

Scavando nel profondo del loro modo di comporre, di scrivere, di esprimersi mi sono meravigliata dell’equilibrio tra le linee strumentali e i testi. Dietro a melodie spesso gioviali si leggono parole che raccontano la riflessione, il dubbio, l’abissale esigenza di riscoprire se stessi, i fantasmi della sofferenza e del passato.

Ho ritrovato tutto ciò quando, il 4 luglio 2016, ho avuto la fortuna di vedere i Mumford dal vivo, all’Assago Forum Arena. Posso dire con certezza che è stato uno dei concerti più emozionanti della mia vita. L’apertura con “Snake Eyes”, seguita nell’immediato da “Little Lion Man”. Il pezzo al pianoforte, a quattro mani, suonato da Ben Lovett e Ludovico Einaudi.
L’encore con “Hot Gates”. Erano scesi dal palco qualche minuto prima, salutando tutti. Mi sono detta:”Non possono non fare Hot Gates”. Sì, perché non è solo una canzone. È uno specchio. Sono corsa fuori dalla biblioteca dove stavo studiando con le cuffie alle orecchie, la prima volta che la ascoltai. Piangevo a dirotto.

Invece, in quella calda sera d’estate, la band è tornata sul palco, al buio, intonando proprio le prime note di “Hot Gates”. Si è creato un varco spazio-temporale: la stessa esplosione di luce che mi aveva fatto innamorare del video di “I Will Wait” è piombata su noi del pubblico, su di me, sulle mie lacrime. Come se non bastasse, la band ha ben pensato di lanciarsi, subito dopo, su una “I’m On Fire”, facendo “temere” (davvero, non avrei retto) l’ospitata di Bruce Springsteen, anche lui a Milano in quei giorni.

Con il ricordo indelebile nel cuore,
Oggi, i migliori auguri vanno a lui.

Buon Compleanno, Marcus Mumford.

Photo Credits: Mathias Marchioni

Laura Faccenda

Laura Faccenda

Dopo aver conseguito la laurea in Lettere Moderne e Contemporanee, prosegue gli studi nell’ambito della comunicazione e del giornalismo. Sulle orme delle sue due grandi passioni, la musica e la scrittura, frequenta il workshop di giornalismo musicale organizzato dalla rivista Rumore e il corso in Marketing, Management e Comunicazione della Musica presso la Santeria di Milano. Ha fatto parte della redazione del sito web di notizie e media Spazio Rock, Just Kids Magazine, Vez Magazine e dello staff dell’agenzia media/stampa Bizzarre Love Triangles. Collabora attualmente con la testata MusicAttitude e con Onstage. Lavora anche come copywriter creativa e ideatrice di testi.

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