C’è una scena, in Singles, in cui Cliff Poncier, per farsi perdonare da Janet, monta sull’auto della ragazza un impianto audio da urlo. Una sorpresa, una premura inaspettata e la prova, sul momento, del volume che cresce, cresce, cresce fino a rompere i vetri della macchina, trasformando il pegno d’amore nell’ennesimo, goffo fallimento. In quella scena compare anche Chris Cornell. È stupito, fiero del suo amico, scuote i lunghi capelli a tempo, per poi restare incredulo e immobile di fronte alla totale disfatta, di fronte ai mille pezzi sparsi sul viale.

Mi sono sentita così, tre anni fa, all’arrivo della notizia della sua scomparsa. Immobile, incredula. La vertigine, la perdita totale di equilibrio, già precario e quasi inesistente, in quel periodo. Il volume della sua musica ha colmato siderali silenzi, ha dato voce, la sua unica, irripetibile voce, a ricordi, istanti, pensieri riflessioni. Il potere supremo, quasi divino, profetico, magnetico di esprimere nei dettagli, anche più taglienti e crudi, ciò che io non riuscivo, non volevo. Temevo. Sentirsi persa, nascosta, invisibile dietro parole che non trovavo. Lo cantava lui, in Seasons, legittimando e rendendo persino preziosa quell’attitudine a bussare alle porte della zona d’ombra, senza chiedere nemmeno troppo il permesso. Le zone oscure che si ripercorrono senza mappa, a memoria, attraverso strade che si snodano tra ferite, di cicatrici, scottature, lividi. Un angolo di comfort distopico, un vortice, una corrente tanto violenta da allontanare dalla riva di ciò che noi comuni mortali chiamiamo “sicurezze”. Un sogno realizzato, il talento, l’affetto, l’esser diventato un simbolo per aver superato ostacoli, perdite – “la nostra innocenza è finita con la morte di Andy” – cambiamenti, cadute, critiche e rivincite non sono aghi della bilancia così preponderanti, a quel punto.

Quando ho letto quella maledetta notizia, il 18 maggio 2017, il volume della sua musica, della sua presenza costante e della traccia indelebile della sua esistenza nella mia esistenza e – in quell’attimo – della sua perdita ha raggiunto decibel di dolore insopportabili. Il cuore esploso, in mille pezzi. Proprio come era accaduto in quella scena con la macchina di Janet. Su ogni vetro, su ogni scheggia risplende il titolo di una canzone. Posso soltanto rimetterli insieme, nonostante il vuoto assordante. È ciò che lasciato, che ha donato, senza voler nulla in cambio. Ed ha un valore inestimabile. È come se, in quel frame, Chris fosse sceso dagli scalini e avesse iniziato a raccogliere ogni singolo frammento, tentando di alleviare le conseguenze dell’imprevisto. È come se vedessi ancora il suo sorriso, nell’invito a fare lo stesso, nella consapevolezza di non essere da sola, in quella ricomposizione. C’è lui, c’è ancora lui. E ci sarà sempre.

No one sings like you anymore

Laura Faccenda

Laura Faccenda

Dopo aver conseguito la laurea in Lettere Moderne e Contemporanee, prosegue gli studi nell’ambito della comunicazione e del giornalismo. Sulle orme delle sue due grandi passioni, la musica e la scrittura, frequenta il workshop di giornalismo musicale organizzato dalla rivista Rumore e il corso in Marketing, Management e Comunicazione della Musica presso la Santeria di Milano. Ha fatto parte della redazione del sito web di notizie e media Spazio Rock, Just Kids Magazine, Vez Magazine e dello staff dell’agenzia media/stampa Bizzarre Love Triangles. Collabora attualmente con la testata MusicAttitude e con Onstage. Lavora anche come copywriter creativa e ideatrice di testi.