C’è un libro sul mio comodino, nella mia borsa, nel mio zaino, ogni giorno. Il magnetismo liberato dalle sue pagine è un’ulteriore parola che si lega, in una danza di ossimori, alla delicata frugalità con cui procedo, sia per impatto emotivo sia per la dolce illusione che quella narrazione si dimostri infinita. Un po’ come accadeva da bambini, con le storie preferite, quelle che entrano a far parte del proprio bagaglio. “Born to Run”, autobiografia di Bruce Springsteen, sprigiona un simile effetto, proprio in un periodo come questo, di ritorno alle corse da una città all’altra, da una stazione all’altra, da un tabellone con numeri arancioni all’altro. Segnano orari, danno appuntamento ad un futuro digitalizzato, distonico, distopico, incerto. La strada è più che mai dissestata, il fiato corto scandisce il ritmo. L’affaticamento dei muscoli, delle fragilità, dei dubbi lungo un percorso mappato da una bandiera su cui campeggiano cinque lettere: sogno.

Born to Run è l’attuale integratore di sogni. Bruce Springsteen è l’allenatore, ma anche il padre, il fratello, l’anima gemella, il migliore amico che conosce ogni minimo dettaglio. Racconta la sua storia e – attraverso quel raro espediente letterario chiamato empatia – è come se fosse lì accanto, a sfogliare gli album di famiglia, i tuoi diari. È come se fosse lì accanto a te, seduto sul muretto, all’angolo della strada, durante sessioni di chiacchiere e confidenze. Un super potere che, da più di cinquanta anni, aleggia tra le note e i versi delle sue canzoni.

Non esiste un momento giusto o sbagliato per ascoltare i dischi di Bruce Springsteen. Ciò che stringe lo stomaco e l’anima, puntuale, è l’esistenziale necessità di farlo, richiamati da uno scorcio, una melodia che sfugge all’autoradio, uno slogan pubblicitario, una scena di un bacio sui binari. Il richiamo a se stessi, da se stessi. Un frastuono esterno, talvolta problematico, che – come un’onda sulle spiagge di Asbury Park – si infrange sui lidi più interiori, profondi, nascosti. Una missione segreta, il rock ‘n’ roll non solo come musica ma come attitudine, declinazione verbale dell’eterno adesso, dell’eterna fame di ascesa o di fuga. Di comprensione, rivalsa, fiducia, affermazione.

Proseguire non è affare da poco. Qualcuno si arrende, si spegne, battito dopo battito. Altri – e lui, più di tutti – spalancano la porta di casa, si sistemano il giubbino di pelle, per poi saltare di nuovo in macchina, scivolando lungo la strada, attaccati al volante, capelli al vento, volume al massimo. La meta è dare giro ai pensieri o farsi inebriare dal profumo del mare. La meta è la casa, a quell’esatto indirizzo, per perdersi in un sorriso o per non spingere il campanello fino in fondo. La meta è la marea di anime ad un concerto. Sul palco, sua maestà Bruce Springsteen, i cori dipinti di rosso della voce di Patti, il fragore del sassofono, l’attacco, il conteggio – “one, two, three, four” – e una band, la E-Street Band, che sfida le regole del suono e della matematica.

E quando cala il sipario, quando le cuffie scendono dalle orecchie alle spalle, quando il libro viene riposto nello zaino o si adagia sul cuscino, addormentandosi accanto alla mano che tiene ancora il segno, l’inquadratura, alla fine, è su una stanza. Dentro una stanza. La chiave porta il nome di una ragazza. Candy. Le pareti sono tappezzate delle foto dei suoi eroi; la luce cede il passo all’oscurità, alle ombre, all’insicurezza, protetta, difesa. Occhi del colore del mare che le manca così tanto. L’attrazione e la repulsione costante nei confronti della propria città natale. Il posto da cui partire e quello in cui far ritorno. Il sorriso di chi vuole lasciarsi andare, fanculo il controllo e l’autocontrollo.

L’espressione assorta e caparbia che ridisegna il contorno di quello di sua madre, che è lì, tra le gigantografie dei suoi eroi, tra le pagine che sta leggendo, capitolo quattro: “Lavoro, fede, famiglia. È questo il credo italiano che abbiamo imparato da mia madre e dalle sue sorelle. Loro lo onorano fervidamente, anche se quegli stessi principi sono stati fonte di delusioni atroci. […] La forza, la paura e la gioia disperata che caratterizzano questo spirito così tenace hanno attecchito spontaneamente nel mio lavoro. Noi italiani tiriamo dritto fino alle ossa, non molliamo la presa finché i muscoli resistono, balliamo, urliamo e ridiamo finché non ce la facciamo più, fino alla fine. È questa la religione che le sorelle Zerilli hanno assorbito dai severi insegnamenti del padre e dalla grazia di Dio per tramandarla a noi, una fortuna della quale siamo riconoscenti ogni giorno”.

Bruce Springsteen - Foto di Henry Ruggeri

Bruce Springsteen – Foto di Henry Ruggeri

Si perde, di tanto in tanto, Candy, nel vortice irriducibile di quelle quattro mura, nel velo di tristezza inavvicinabile, nei confini che traccia, patrimonio genetico paterno, che critica ma comprende. Anni a lanciare il cuore in alto, a sfidare tetti, temporali, nuvole, fino al cielo. Anni a vederlo ricadere, grigio, vuoto, cemento su cemento. “Siamo tutti spezzati, rotti” – ha confessato anche Springsteen – “C’è chi si abitua alle crepe del dolore, della solitudine, della sofferenza”. Le crepe, però, si possono restaurare grazie ai filamenti delicati, preziosi della foglia d’oro che si chiama amore. “L’unico miracolo terrestre che ci è dato vedere e toccare” – l’ha definito lui. È necessario lavorarci molto, non farsi fregare da questo grande mistero che, molto spesso, lascia irrisolti i quesiti più scomodi, ma fondamentali. I fantasmi possono diventare antenati o trasformarsi in quei personaggi che affollano, nero su bianco, Born to Run: figure tutte essenziali , imprescindibili, nel proprio presente. Per il proprio presente.

Si perde, di tanto in tanto, Candy, nei riflessi di uno specchio che disegna un perimetro ed un temperamento rigido, più rigido degli altri. Tratti distintivi, personali, come tatuaggi. Come tracce che si susseguono e ruotano sui cerchi argentati di un vinile, sul piatto di un giradischi. “I just want to feel you in my arms / Share a little of that human touch” – sussurra la voce del New Jersey.

A quella voce così colma di umanità, rischio, autenticità, coraggio. A quell’artista la cui firma è doppia e porta la stessa iniziale. “B di Boss, come rockstar e leggenda. “B di Bruce, come uomo dal valore inestimabile. A lui, Candy ha scritto questa confessione, come scambio osmotico, come riconoscenza per averla vista, riconosciuta, descritta così com’è, in quella stanza.

A te, Bruce, ho scritto questa lettera. In attesa della tua, fra un mese esatto. Grazie. E Buon compleanno.

Laura Faccenda

Laura Faccenda

Dopo aver conseguito la laurea in Lettere Moderne e Contemporanee, prosegue gli studi nell’ambito della comunicazione e del giornalismo. Sulle orme delle sue due grandi passioni, la musica e la scrittura, frequenta il workshop di giornalismo musicale organizzato dalla rivista Rumore e il corso in Marketing, Management e Comunicazione della Musica presso la Santeria di Milano. Ha fatto parte della redazione del sito web di notizie e media Spazio Rock, Just Kids Magazine, Vez Magazine e dello staff dell’agenzia media/stampa Bizzarre Love Triangles. Collabora attualmente con la testata MusicAttitude e con Onstage. Lavora anche come copywriter creativa e ideatrice di testi.